Una Notte da Chef: quando si passa dietro ai fornelli…

Ho provato a scrivere questo articolo una decina di volte, ma le parole non uscivano. A dispetto di quello che si può pensare anche chi si diverte a scrivere ha dei problemi ad esprimere emozioni troppo grandi!

Risparmio i preamboli e il racconto dell’ovvio per concentrarmi sulle cose importanti!

Mi è mancata la mia famiglia, avevo una nutrita rappresentanza di parenti (fratellino incluso), ma non c’erano mamma e babbo [ndr. babbo in terra sarda indica il padre e non uno stupido!]. Non c’era chi mi ha messo tra i fornelli dandomi per primi la fiducia di cucinare una cena (un pranzo o una colazione). Non c’erano i miei critici più severi, allo stesso tempo tifosi più sfegatati. Non c’era chi mi avrebbe messo tutti 10, ma poi “Io quella cosa l’avrei fatta così”. In senso buono si sa…

Mi è mancato il sostegno di chi è rimasto bloccato oltre il mare, il sostegno di chi con solo un sorriso ti solleva dalla fatica..

Ma per fortuna…

C’era mio fratello a impersonare tutti i ruoli familiari, seduto a un tavolo di amici/colleghi, vicino ai parenti, dietro un tavolo di rompini, ma via… anche quelli ci stanno sempre!!!

C’era mia sorella… ai io non ho sorelle?! Sicuri? Chiedetelo a quella spilungona con i capelli lunghi che avrebbe rivoltato il mondo se non fosse stata seduta vicino al pass! Chiedetelo alla mia famiglia adottiva, la sua, che si è fatta 300 km per venire ad assaggiare il mio calamaro ripieno…

C’era uno staff di cui ho assorbito ogni singolo gesto durante tutte le preparazioni muta attrice protagonista di una serata che non sarebbe mai stata senza di loro.

C’era un menù che mi rappresenta, cambiato milioni di volte.

C’era un locale fantastico, con uno staff pazzesco che ha sopportato (e supportato) tutti i miei capricci.

Ci sono stati una giuria incredibile e gli altri concorrenti, due gruppi di persone fantastiche che faranno (faremo pardon) grandi cose insieme.

C’è stato, a sorpresa, Felice Lo Basso che mi ha proposto un posto di lavoro, ma io al lavaggio i piatti non sono mai stata incline, benché sia una delle figure portanti in un ristorante di successo.

Dopo questi racconti in libertà veniamo al dunque. Quella dell’intervista sul Quadernino è diventata una tradizione di questa edizione di Una Notte da Chef, ma chi di domanda ferisce di domanda perisce. Perciò niente auto-intervista, ma mi racconterò attraverso le domande dei miei amici di sventura…

Mille foglie di patate viola e crema di baccalà

Michele 

Partecipare ad una notte da chef cosa ha dato e cosa ha tolto alla tua passione per la cucina?

Ha dato alla mia passione (e alla mia persona) delle possibilità che spero di essere riuscita a cogliere al 100%. Ho potuto apprendere e comprendere le dinamiche di una cucina professionale, la fatica che c’è dietro a ogni piatto. Ho assorbito gesti banali per i professionisti che per me sono stati la rivelazioni di segreti. Mi sono confrontata con professionisti, appassionati, critici e produttori sia nelle vesti di blogger che in quelle di cuoca amatoriale, capendo degli errori ricorsivi che ora provo a non commettere più. Avere, in una volta sola, così tanti punti di vista è una ricchezza che capita davvero poche volte.

Mi ha tolto, sicuramente, i residui di arroganza che avevo sul mio saper cucinare in qualsiasi situazione. E’ stata un’esperienza forgiante sopratutto mentalmente, sia perchè il confronto con altre persone è sempre costruttivo, sia perchè la situazione stressante ti impone un confronto con te stessa.

Nicoletta

I profumi non sono solo in cosmetica, ma anche nell’aria, nei luoghi e nei ricordi.  Se dovessi cucinare un profumo, quale sarebbe e come lo trasformeresti in un piatto?

I profumi per me sono un qualcosa di intimamente legato ai ricordi. Mi colpiscono molto e mi influenzano, riportandomi alla mente i momenti in cui li ho sentiti per la prima volta. Per questo motivo se dovessi cucinare un profumo sarebbe sicuramente uno di quelli legati alla mia infanzia. E’ difficilissimo scegliere, ma forse sarebbe quel potentissimo profumo di “aspridda” (timo selvativo) come quello che mi riempiva le narici da bambina quando andavo a cercare funghi con mio padre e dovevo fare silenzio per non far capire altri il posto esatti in cui i funghi nascevano. A quel silenzio e a quel profumo dedicherei un risotto. Riso carnaroli, porcini freschi e profumo di timo.

Risotto burrata e colatura di alici con polvere di pomodoro e capperi fritti

Ester 

I più grandi chef sostegno che la semplicità è un elemento necessario perché un piatto sia riuscito, secondo te come si riesce a trasmettere questa essenza senza che qualcuno possa confondere la semplicità  con la banalità?

Una cosa semplice non per forza è banale e una cosa banale non per forza è semplice. Detto questo l’arma che abbiamo per saper distinguere (sia da preparatori che da assaggiatori) tra un piatto semplice e uno banale è la conoscenza. Solo la conoscenza delle materie prime e delle tecniche di trasformazione permettono di mantenere la semplicità senza scadere nella banalità. Ad esempio una semplice pasta con le vongole può essere fatta in due modi: con cura e amore ricercando una pasta di qualità e delle ottime vongole, mantenendo al dente la cottura della pasta, facendo mantecarla nell’acqua di apertura delle vongole, insaporendola con agrumi e profumi. Oppure cuocendo una pasta qualunque con delle vongole qualsiasi e mescolando velocemente le due cose insieme. Nel primo caso si ottiene un piatto semplice, ma ottimo. Nel secondo un banale piatto di pasta alle vongole. La differenza tra i due sta nella cura e nella passione che si mette nella sia nella ricerca degli ingredienti che nella preparazione.

Sottolineo che per me questo discorso, ove applicato a un ristorante, esula completamente dal prezzo del piatto. Certo è che il lavoro e la qualità si pagano, sempre. E questa esperienza di Una notte da Chef mi ha fatto capire quanto costa un’ora di lavoro passata in cucina!

Alessia 

Cuoca amatoriale e food Blogger, come riesci a trasmettere con le parole la passione e la bontà delle tue creazioni, al di là di una semplice descrizione della ricetta?

Per le descrizioni tecniche delle ricette esistono i libri e ricettari, scritti da professionisti che danno, in maniera scientifica, le indicazioni su come preparare i piatti. A mio parere una foodblogger non può avere come obiettivo quello riportare ricette, più o meno modificate, nel suo blog. Deve aggiungere qualcosa e per quanto mi riguarda vorrei aggiungere emozioni. Pubblico solo piatti che mi hanno trasmesso qualcosa e cerco di trovare le parole adatte per trasferire tutto questo sul blog. Mi piace raccontare storie e forse questo è uno dei motivi che mi hanno portato a iniziare il “capitolo interviste”.

Calamaro ripieno di fregola e verdure su crema di porri

Michela 

Come ti vedi “da grande”?!

Da grande?! Chi io?! Questa è una domanda che mi mette molto in crisi, perchè in generale mi sento in una fase tanto fertile, quanto in evoluzione. Anche dal punto di vista della cucina. Porto il peso di alcune responsabilità e mi continuo a chiedere se sono pronta, ma forse non ci si sente mai pronti. Sul fronte culinario sono un’autodidatta pura e mi piacerebbe intraprendere un percorso formativo. Sicuramente i primi corsi saranno di pasticceria, ma staremo a vedere. Come mi vedo tra 10 anni? Una cuoca e pasticcera amatoriale un decennio più vecchia e spero un pochino più esperta. Poi nella vita tutto è possibile.

Alex 

Perché hai chiamato il tuo blog il Quadernino Rosso?! 

Il mio ricettario è un quaderno rosso con la copertina di cartone rigida. Mio fedele compagno da anni, ci trascrivo ricette e correzioni di ogni piatto (sopratutto i dolci). Custodisce quello che ho già creato e adattato a me e quello che ancora desidero far nascere, una sorta di blog di carta. Perciò quando ho aperto il blog (quello vero) mi è sembrato quasi un dovere chiamarlo così per creare una connessione con quello che già esisteva.

Antonella 

Preferisci scrivere o cucinare??

Dipende dal momento. Ci sono dei casi in cui riesco a esprimere meglio le emozioni con le parole e dei momenti che riesco solo con un mestolo in mano. Certo è che, in entrambi i casi, spesso il bisogno è quasi viscerale. Capita di avere in testa un piatto e doverlo cucinare ad ogni costo.

Emanuele 

In che modo la tua personalità influenza la tua cucina?

La mia è una personalità senza mezze misure, mi appassiono molto alle cose che faccio. Nei miei piatti questa cosa si trasmette sopratutto nei sapori. Amo i sapori decisi e definiti. I piatti devono avere carattere. Esiste però un rovescio della medaglia, perchè a volte esagero con la personalità, ma si sa sbagliando si impara.

Caprese bianca, namelaka al cioccolato bianco e limone, frutta fresca

Presto nuove interviste e qualche nuova ricetta…


One thought on “Una Notte da Chef: quando si passa dietro ai fornelli…

  1. officinadellemeraviglie Rispondi

    E brava Martina!
    Purtroppo non potevo esserci, ma mi sembra d’aver capito che le truppe di sostegno fossero ben presenti, adeguate in consistenza ed entusiasmo… 😝😂
    Ti auguro che questa bella avventura possa proseguire, dai tuoi resoconti l’impressione di un bel gruppo si staglia nitida… Avanti così, allora!

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